29 dicembre 2009

L'Arcangelo Michele che vince il demonio

La facciata della chiesa di Santa Maria della Concezione
La facciata della chiesa di Santa Maria della Concezione
Oggi ci troviamo di fronte la chiesa di S.Maria della Concezione a via Vittorio Veneto (vedi foto).

Avrete avuto modo di sentir dire in giro come, da sempre, gli artisti siano spesso dotati di un carattere decisamente particolare, fuori dal comune, sovente fiero o sregolato, in alcuni casi davvero lunatico. Beh, potrà essere un luogo comune, ma certo è che a Roma vi sono un'infinità di esempi di opere d'arte in cui l'autore si manifesta nel suo lato più "umano", eternando cioè sulla tela o sulla pietra, in contesti apparentemente slegati dalle proprie vicende individuali, i segni o i simboli di una propria predilezione o di un personale disprezzo.

Un esempio architettonico l'abbiamo già visto nelle decorazioni di Porta Pia, mentre adesso lo possiamo vedere in un bellissimo dipinto di Guido Reni.

L'arcangelo Michele che vince il demonio (Guido Reni, 1636)
L'arcangelo Michele che vince il demonio (Guido Reni, 1636)
Entriamo nella chiesa ed andiamo subito sulla prima cappella di destra. Anche se la luce è fioca, anche se non siamo poi così sensibili, è davvero difficile non rimanere impressionati e commossi dalla grandiosità e dalla bellezza di questa maestosa pittura raffigurante "l'Arcangelo Michele che vince il demonio" (vedi foto).

Ecco il singolare aneddoto su questa tela: siamo nella prima metà del 1600, e il cardinale Antonio Barberini commissionò il quadro a Guido Reni. Il celebre pittore si dedicò con entusiasmo all'opera, manifestando comunque al cardinale le difficoltà tecniche di imprimere nel volto dell'arcangelo quella bellezza eterea e sovrumana che (parole sue) "al cielo nè in terra potrò mai trovare".
Era noto in quegli anni che un altro cardinale, Giovanni Battista Pamphili, qualche tempo prima, ebbe modo di parlare in modo sprezzante di Guido Reni, e l'artista, molto risentito, evidentemente maturò con il quadro dell'arcangelo il modo di vendicarsi dell'affronto subìto.
Quando infatti la tela fu terminata, i contemporanei si meravigliarono assai, non solo perchè l'autore era riuscito ad imprimere la divina bellezza dell'arcangelo, ma sopratutto perchè era riuscito, altrettanto bene, a rappresentare la bruttezza nel viso del diavolo. Ma il diavolo...a guardarlo bene....aveva un viso conosciuto... e sì, era proprio la faccia del cardinale Pamphili! (vedi nella foto, il confronto con il ritratto del cardinale eseguito da Diego Velázquez nel 1650).

Confronto dei visi (a destra: particolare del ritratto eseguito da Diego Velázquez, 1650)
confronto dei ritratti del cardinale Pamphili
Furono naturalmente chieste spiegazioni all'artista, il quale candidamente replicò: "E' vero che la bellezza del paradiso non ho mai avuto modo di incontrarla, ma il diavolo invece l'ho visto bene in faccia, ed è proprio così come l'ho dipinto, per cui non posso cambiarlo!".

Il destino aggravò la burla: qualche anno dopo infatti quello che era stato raffigurato come il bruttissimo satana schiacciato dall'arcangelo Michele, cioè il cardinal Pamphili, divenne papa Innocenzo X!!!
E così eccoci a proporre un nuovo titolo alla tela, molto più intrigante: "il diavolo con la faccia del papa"...che ne dite?

La chiesa di S.Maria della Concezione è qui.

23 dicembre 2009

La Bocca della Verità

Piazza della Bocca della Verità
Piazza della Bocca della Verità
Oggi ci troviamo a Piazza della Bocca della Verità (vedi foto), sotto il portico della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, di fronte al mascherone di pietra che dà il nome alla piazza.

La Bocca della Verità, come tutti sapete, è uno dei più famosi simboli di Roma nel mondo. Certo, Roma possiede anche altri simboli per il turista, come il Colosseo, la Fontana di Trevi, San Pietro...ma la Bocca della Verità per noi è speciale. Infatti mentre i sopracitati simboli sono giustamente famosi come opere d'arte, come monumenti in sè, la Bocca della Verità tiene in piedi la sua celebrità nel mondo grazie praticamente solo alla leggenda che l'accompagna.
Questo allora fa riflettere su quanto conti l'immaginazione e la tradizione nel definire l'essenza stessa delle cose...per cui sentiamoci fieri di appartenere al nostro piccolo (ma esclusivo) club di "Roma Leggendaria"!

La Bocca della Verità
La Bocca della Verità
La domanda che sorge spontanea è: ma cos'era questo grosso mascherone di quasi due metri di diametro? Beh, nessuno lo sa con certezza...quello che è certo è che ogni giorno vediamo una lunga fila di turisti che attendono pazientemente il loro turno per farsi una foto con la mano nella famosa bocca: forse non lo farebbero se sapessero che una delle ipotesi più accreditate è che il mascherone fosse il chiusino di una cloaca!

Bisogna ammettere comunque che non è l'unica ipotesi: c'è chi dice che fosse la copertura del pozzo sacro del tempio di Mercurio, dove gli antichi commercianti romani giuravano la loro onestà durante una compravendita e presso il quale si purificavano per i loro spergiuri. A conferma di questa ipotesi c'è la famosa leggenda medioevale che afferma che se si dice una bugia tenendo la mano nella bocca del mascherone, il mascherone per magia "morde", mozzando così la mano al bugiardo.

Ma una bella leggenda afferma anche che la capacità della "Bocca della Verità" di smascherare i bugiardi una volta non funzionò...e questo grazie all'astuzia di una donna.
'Bocca della Verità' di J. Blanchard (jardin du Luxembourg, Parigi)
'Bocca della Verità' di J. Blanchard (jardin du Luxembourg, Parigi)
Il popolo infatti sapeva che una ragazza tradiva il proprio marito. Quando la notizia giunse all'orecchio del coniuge, questi decise di far valutare la sincerità della moglie dal "test" del nostro mascherone. Si dice che, inoltre, dietro la Bocca della Verità fosse nascosto, come sovente accadeva, un carnefice, pronto ad "aiutare" la magia del mascherone con una spada sguainata in caso di menzogna.
Mentre la donna, in corteo con il marito, procedeva verso il mascherone fra la folla di popolo che era accorsa per l'occasione, l'amante, già d'accordo con l'adultera, fingendosi pazzo, venne incontro alla donna e l'abbracciò e la baciò con passione. Essendo il gesto di un povero pazzo, per quanto sconsiderato, fu subito perdonato. Però il gesto consentì alla donna di poter dire, con la mano nella Bocca della Verità:
"Mai nessun'uomo mi baciò, tranne mio marito e quel poveraccio di poco fa".
La donna aveva indubbiamente detto la verità...e il popolo lo sapeva...per cui la mano dell'adultera non venne tagliata, e la Bocca della Verità rimase così, per la prima volta nella storia, "imbrogliata".

Morale per gli uomini: per incastrare una donna, non basta nemmeno la magia...

Piazza della Bocca della Verità è qui.

15 dicembre 2009

Lo "sderenato" di Piazza Trilussa

Piazza Trilussa di sera
Piazza Trilussa di sera
Oggi il blog farà una piccola pausa "poetica"...Se siete capitati nella zona di Trastevere la sera, soprattutto nel weekend, non potete non aver visto come Piazza Trilussa sia l'equivalente "in piedi" di ciò che la scalinata di piazza di Spagna è "seduti": un sorta di pub all'aperto, un incredibile luogo di incontro, di chiacchere, di aggregazione (e le sere estive...di caos! vedi foto).

Forse sarà perchè è una naturale tendenza dell'uomo quella di guardare con meno attenzione le cose che si hanno spesso sotto il naso, ma la statua di Trilussa, proprio in questa piazzetta, passa quasi del tutto inosservata. Questa statua del grande poeta romanesco (il cui vero cognome era Salustri, l'anagramma del suo pseudonimo) è stata sempre criticata dal popolo romano, soprattutto per la sua posizione piegata. Ma un simpatico "effetto collaterale" della bizzarria della statua è che è stata sempre sbeffeggiata nel modo in cui Trilussa avrebbe preferito, cioè attraverso la satira poetica.
Ecco ad esempio, in un numero del 1958 del settimanale satirico "Il travaso delle idee", come Guasta parlò della statua:

Pover'amico mio, chi t'ha stroppiato?
Tu che vivo parevi un monumento,
ner monumento pari un disgrazziato,
tu ch'eri tanto bello, fai spavento.

Io me ce sento rabbia, me ce sento,
de nun potè conosce 'st'ammazzato
che prima t'ha scolpito a tradimento,
poi mette in mostra er corpo del reato.

Tutto pè sbieco, mezz'a pecorone,
lui pò ringrazzià Iddio che nun te vedi
arinnicchiato accanto ar Fontanone.

Se te vedessi, Trì, nun ciabbozzavi
e benchè t'abbia fatto senza piedi,
ma sai li carci in culo che je davi!

La statua di Trilussa
La statua di Trilussa

La statua (vedi foto) viene sarcasticamente soprannominata "Lo sderenato de Trastevere" (ossia, per chi non sa il romano, ...più o meno... "il trasteverino piegato in due dalla stanchezza"!). Ma se la guardate bene...c'è incisa una simpatica poesia di Trilussa, "All'ombra", che vale la pena di rileggere:

Mentre me leggo er solito giornale
spaparacchiato all'ombra d'un pajaro
vedo un porco e je dico: - Addio, majale! -
vedo un ciuccio e je dico: - Addio, somaro! -

Forse 'ste bestie nun me capiranno,
ma provo armeno la soddisfazzione
de potè di' le cose come stanno
senza paura de finì in priggione.

Come a dire che fra allora e adesso (ahimè) poco è cambiato!
Piazza Trilussa e qui.

9 dicembre 2009

Le decorazioni di Porta Pia

Piazza di porta Pia vista dal lato di via Nomentana
Piazza di porta Pia vista dal lato di via Nomentana
Oggi ci troviamo a piazzale di Porta Pia (vedi foto), cioè all'incrocio fra 4 vie: corso d'Italia, via venti settembre, viale del Policlinico e via Nomentana, ancora una volta a caccia di curiosità e di leggende. Questo in cui ci troviamo è uno snodo importante da un punto di vista urbanistico e viario, e chiaramente tutta la zona è di solito abbastanza trafficata.

La breccia di porta Pia del 20 settembre 1870
La breccia di porta Pia del 20 settembre 1870
Il nome della via, "venti settembre", vuole ricordare il famoso 20 settembre 1870, quando l'artiglieria del Regno d'Italia aprì una breccia nelle Mura nei pressi della porta, la cosiddetta "Breccia di Porta Pia" (vedi foto a sinistra), che consentì ai bersaglieri e, successivamente, agli altri reparti di fanteria di entrare nella città, decretando così la fine dello stato pontificio. Ma di questo parleremo nuovamente in futuro.
Piuttosto oggi vi voglio parlare di una simpatica curiosità, dovuta all'autore della Porta, che è nientemeno che Michelangelo Buonarroti. Porta Pia fu infatti la sua ultima opera architettonica, quasi completata alla sua morte (avvenuta nel 1564). Ecco di che si tratta.

Nel 1561 Papa Pio IV, in concomitanza con il riassetto urbanistico della zona, commissionò al grande artista toscano il progetto di una porta di ingresso alla città dalla attuale via Nomentana. Sebbene Pio IV (da cui prese nome la porta) fosse della casata dei Medici, correva voce che non ne discendesse per via diretta, ma piuttosto per un ramo laterale, e che più propriamente fosse erede di una nobile ma molto meno illustre famiglia di barbieri milanesi.
Si racconta che Michelangelo, forse, fosse infastidito di questo "vanto" del papa dell'appartenenza alla celebre famiglia dei Medici, e che questa vanteria, per chi come lui era molto legato a quel casato, suonasse quasi come un oltraggio. Ancor più in considerazione delle umili origini "da barbiere"!

Porta Pia dal lato di via venti settembre
Porta Pia dal lato di via venti settembre
Racconta il Vasari che quando Michelangelo portò al papa i progetti per la porta, mostrò tre diversi disegni, tutti e tre con decorazioni molto stravaganti. L'astuzia di Michelangelo gli fece probabilmente presagire che il criterio che avrebbe guidato la scelta del progetto migliore sarebbe stato quello economico. E infatti così avvenne: il papa scelse fra le tre possibili realizzazioni quella meno costosa, senza evidentemente soffermarsi troppo sulle decorazioni raffigurate nei disegni.

E quale scherzo realizzò il nostro celebre artista? Beh...guardate la porta venendo da via Venti Settembre (vedi foto). Per chi non lo sa, potrebbero sembrare innoqui ornamenti architettonici, ma è difficile non vedervi stilizzate delle bacinelle per la barba, sapone e asciugamani con frangia: i simboli da associare al povero Pio IV, divenuto così in eterno, per mano di Michelangelo... il "papa barbiere"!

Piazzale di Porta Pia è qui.

3 dicembre 2009

I segni delle anime del purgatorio

Parlando di curiosità e di leggende, avrete forse notato che in questo blog non rimangono "astratte", ma anzi hanno un legame diretto con la realtà, perchè hanno lasciato un qualche segno, una traccia nel presente.
Con questa impostazione, potrebbe sembrar difficile parlare dei "fantasmi di Roma"...ma non è così, e questo dà la misura di quanto sia veramente incredibile e straordinaria questa città. Eccoci allora pronti a partire verso una delle testimonianze romane del sovrannaturale.

L'interno della chiesa del Sacro Cuore del Suffragio
L'interno della chiesa del Sacro Cuore del Suffragio
Oggi ci troviamo a Lungotevere Prati n.18, di fronte ad una chiesa non poi così grande, ma estremamente appariscente: la chiesa del Sacro Cuore del Suffragio. Sebbene sia stata completata all'inizio del 1900, essa è costruita all'esterno, ma ancor di più all'interno, in pura imitazione delle più classiche cattedrali gotiche, per cui una volta entrati è facile rimanere impressionati dall'atmosfera suggestiva e medioevale che si respira nel silenzio e nella penombra delle navate (vedi foto).
Ma questa chiesa ha una sua particolarità molto più eccentrica: contiene al proprio interno un piccolo e incredibile museo, unico al mondo nel suo genere...ma facciamo un piccolo passo indietro nel tempo.

Siamo alla fine del 1800, la chiesa attuale non è ancora ultimata, ed esisteva, qui, nei pressi della casa dei religiosi, una cappella dedicata alla Vergine del Rosario. Il 15 Novembre 1897 un piccolo incendio divampò nella cappella, e quando fu spento, i sacerdoti e i fedeli notarono una sconcertante "stranezza": la misteriosa figura di una testa di uomo era apparsa impressa su una delle pareti!
La teca del museo delle anime del purgatorio
La teca del museo delle anime del purgatorio
I chierici conclusero che l'immagine doveva essere quella di un'anima del purgatorio che, attraverso le fiamme, era riuscita a manifestare il proprio passaggio. Uno dei sacerdoti, padre Victor Jouet, probabilmente impressionato e incuriosito dal fenomeno, volle cominciare una sorta di collezione "sui generis": trovare quanti più "segni" possibili lasciati in questo mondo dalle anime dei trapassati.

Il segno di una mano infuocata lasciata su una tavoletta di legno
Il segno di una mano infuocata lasciata su una tavoletta di legno
Beh...non sono poi moltissimi i reperti che  padre Victor raccolse nell'arco della sua vita, girando per l'Europa: infatti questo incredibile "museo" è praticamente tutto racchiuso su un'unica bacheca (vedi foto sopra a sinistra). Ma sicuramente i reperti mostrati sono davvero impressionanti, e vederli è facilissimo, basta semplicemente entrare in chiesa e chiedere ai custodi. Esiste anche un foglio, in varie lingue, che racconta la strabiliante storia di ciascuno di questi oggetti....resoconti da pelle d'oca! Oltre la foto dell'altare incendiato con la misteriosa testa sulla parete, troviamo l'impronta delle mani infuocate delle anime dei defunti su oggetti, come vestiti e libri (vedi foto a destra). Si dice siano tutte anime provenienti dal purgatorio (da cui il nome della chiesa).
Le richieste delle anime del purgatorio sono sempre le medesime: preghiere e messe per alleviare o abbreviare le loro immani pene.

Sarà che sono suggestionabile... ma una piccola offerta (non richiesta) alla chiesa io l'ho fatta, foss'anche per scaramanzia! Il tutto prima di uscire e ritornare all'aria aperta...di corsa, prima che faccia buio!

La chiesa del Sacro Cuore del Suffragio è qui.

27 novembre 2009

Il miracolo di Santa Maria Maggiore

La facciata della Basilica di Santa Maria Maggiore
La facciata della Basilica di Santa Maria Maggiore
Eccoci a piazza Santa Maria Maggiore, di fronte ad una delle basiliche più belle e grandi di Roma (vedi foto). E' un vero gioello maestoso e pieno di opere d'arte e di storia...ma ancor di più cela al proprio interno parecchie cose che possono interessare alle nostre menti curiose e oramai "allenate" a Roma Leggendaria. Quello di cui parliamo oggi è una delle tante curiosità della basilica, cioè la leggenda della sua fondazione.

La basilica di S.Maria Maggiore, del quarto secolo, ricostruita nel tredicesimo, è conosciuta con questo nome in quanto è la più grande basilica esistente al mondo dedicata al culto mariano. Ma è anche conosciuta con un nome tradizionale, meno noto ai più, cioè "Santa Maria ad Nives" (cioè, Santa Maria della Neve). Ecco perchè.

E' la notte del 4 agosto del 352 d.C., e si narra che Papa Liberio ha un sogno alquanto stravagante: gli appare la Madonna, che gli comunica che la mattina successiva sarebbe accaduto un evento assolutamente inconsueto, e dove esso fosse accaduto, lì avrebbe dovuto far edificare una chiesa a Lei dedicata. La leggenda racconta che l'identico strano sogno, la stessa notte, lo fecero anche un ricco patrizio romano, di nome Giovanni, e sua moglie. Questa anziana coppia aveva già deciso di donare i propri consistenti beni per l'edificazione di un tempio a Maria, ma ancora non avevano deciso nè dove nè come.
Il miracolo della neve (Masolino, 1428)
L'indomani, il 5 agosto del 352, quindi in piena estate, tutti i romani rimasero di stucco: trovarono il colle Esquilino completamente coperto di neve!
Il patrizio romano e la moglie, insieme a papa Liberio, si incontrarono commossi sul colle di fronte a quel prodigio, e si confidarono il sogno fatto la sera prima. Era evidente che fosse il miracolo della nevicata estiva il segno che la Madonna gli aveva lasciato...e inoltre, quale simbolo della purezza e del candore migliore della neve? Quindi cominciarono a tracciare, proprio su quella neve, quello che fu l'impianto originario della basilica.

La leggenda è descritta in un bel dipinto di Masolino da Panicale (si trova al Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte, Napoli, vedi foto) in cui, per la forma strana delle nubi, e l'idea di qualcosa "simile a neve" che vi scendeva, fu uno dei quadri che destò un certo interesse fra gli ufologi.

Tornando alla basilica, questa leggenda è raffigurata proprio sotto l'abside, in un bellissimo bassorilievo (di Mino del Reame, 1470 circa, vedi foto a destra). Attenti che dovrete chiedere il permesso alle solerti guardie se il passaggio verso l'abside è interdetto da delle transenne (vi lascio immaginare cosa invece "agilmente" ho fatto io, procurandomi una sonora sgridata!).
Papa Liberio traccia sulla neve le fondamenta della basilica (Mino del Reame, 1470 circa)
Papa Liberio traccia sulla neve le fondamenta della basilica
Diffondendosi questa leggenda, si cominciò a diffondere il culto per la "Madonna della neve". Oggi la "madonna della neve" è infatti patrona di Ascoli Piceno, Nuoro, Torre Annunziata...e decine di altre località. E quindi ora sappiamo che anche se essa è venerata in moltissimi luoghi in giro per l'Italia, il suo culto affonda le proprie radici proprio in questa basilica.

Se visitate poi la basilica proprio il 5 di agosto, potrete assistere alla "cascata dei petali di rosa" dalla cupola paolina, un rituale molto suggestivo che si usa appunto per ricordare l'evento miracoloso della caduta della neve. In questo modo potrete dire agli amici, almeno simbolicamente, di aver visto anche voi nevicare a Roma il 5 di agosto!

Piazza Santa Maria Maggiore è qui.

22 novembre 2009

La leggenda di Palazzo Altieri a piazza del Gesù

La facciata della chiesa del Gesù
La facciata della chiesa del Gesù
Rieccoci ritrovati nel nostro piccolo club degli amanti delle particolarità di Roma. Anche oggi ci ritroviamo in un luogo che ha almeno due storie da raccontare.
Ci troviamo a piazza del Gesù, certo solo un bivio di passaggio per chi sta in auto intorno a piazza Venezia, ma se stiamo a piedi non possiamo non rimanere impressionati dall'imponenza maestosa della chiesa del Gesù, la chiesa madre dei gesuiti (vedi foto).

La prima piccola leggenda su questo luogo, tramandata a noi da Stendhal, narra che un giorno il Diavolo e il Vento se ne andavano a spasso per Roma. Arrivati in questa piazza, il Diavolo disse:
”Vento, ho da sbrigare una faccenda dentro la chiesa del Gesù, per cui aspettami qui che riesco subito". Il Diavolo entrò dentro la chiesa...ma sembra che per qualche strano sortilegio egli sia rimasto incastrato all'interno, per cui da quel giorno si narra che il Vento sia rimasto qui di fuori ad aspettarlo.
Stendhal voleva probabilmente alludere alle capacità incredibili di conversione dei gesuiti, per cui possiamo supporre che il demonio non riuscisse più ad uscire perchè era stato convertito!
Le solite storielle fantastiche...ma mentre passeggio qui intorno mi copro il collo con il bavero della giacca, che c'è una strana brezza tesa che non accenna (mai?) a diminuire.
Mentre ci ripariamo dal vento, volgiamo lo sguardo verso il palazzo Altieri (vedi foto). E' l'esterno di questo palazzo la vera curiosità di oggi.

La facciata di palazzo Altieri
La facciata di palazzo Altieri
Siamo nel 1675. Il principe Altieri aveva intenzione di costruire la propria nuova residenza ufficiale, quello che poi diverrà questo elegante palazzo, cioè il simbolo del prestigio e del potere della propria famiglia, forte anche dell'appoggio del papa, Clemente X, che era proprio un Altieri. Il principe affidò il progetto all'illustre e severo architetto Giovanni Antonio De Rossi, stabilendo che proprio piazza del Gesù era il luogo più prestigioso ed adatto fra quelli disponibili ad accogliere la nascita del palazzo. Per mettere in atto il progetto, il principe fa spianare il terreno, acquistando e facendo abbattere tutte le case e le baracche preesistenti e di intralcio alla costruzione. Tutte, eccetto una.
Infatti una vecchia signora, (Assunta o Berta, secondo le varie fonti), vedova di un ciabattino, non ne vuole proprio sapere di vendere la propria baracca ed andarsene. Alla signora era stata offerta una cifra immensamente più grande del valore della propria baracca, ma tutto inutilmente. Per l'anziana signora infatti i soldi ed il potere del principe non avevano alcun valore, in quanto quella misera casa per lei aveva un enorme valore affettivo, e nulla poteva distoglierla dal desiderio di finire dentro di essa i propri giorni come avevano fatto suo marito e i suoi avi. Neppure le minacce la spaventarono.
La casina della vecchia dietro palazzo Altieri
La casina della vecchia dietro palazzo Altieri
Il principe, sbigottito, si rivolse al papa, sperando che, essendo parente, avrebbe acconsentito ad un "atto di forza" nei confronti della vecchia. Ma egli, incredibilmente, diede ragione all'anziana signora, e impose all'architetto del palazzo una incredibile soluzione di compromesso: l'illustre palazzo dei principi Altieri sarebbe potuto essere costruito solo "inglobando", ma rispettando, la casina della vecchia!
Osserviamo infatti l'esterno del palazzo: fregi, finestre, tutto tende a seguire una linea simmetrica...Eppure ci sono delle imperfezioni: la maggior parte delle mie fonti cita fra le varie "asimettrie" (presenti in realtà su ogni lato), quella che c'è dietro, in via Stefano del Cacco 9a. Qui troviamo una porta e delle finestrelle a sè stanti (vedi foto), che delimitano un ambiente separato, in evidente contrasto con tutto il resto: ecco a voi il segreto di palazzo Altieri, la casina della vecchia!

Piazza del Gesù è qui.

13 novembre 2009

Lanciando una moneta nella Fontana di Trevi

La fontana di Trevi
La fontana di Trevi
Mai come oggi per gustarci le nostre curiosità romane occorre farsi largo a gomitate! Infatti ci troviamo a piazza Trevi, di fronte alla famosa fontana di Trevi (vedi foto), circondati da una onnipresente folla di turisti.

La Fontana di Trevi è una fontana monumentale, un'opera spettacolare, uno dei simboli di Roma più famosi nel mondo.
Marcello Mastroianni e Anita Ekberg in 'La dolce vita' (Fellini, 1960)
Marcello Mastroianni e Anita Ekberg in 'La dolce vita'
Come spesso capita per le opere più belle e più famose, essa non parla solo il linguaggio dell'arte, ma ha invaso anche quello della storia, del folclore, degli aneddoti, del costume. Il suo panorama è entrato oramai nell'immaginario collettivo, nel cinema...chi non ha presente ad esempio il bagno di Anita Ekberg ne "La dolce vita" (Fellini, 1960, vedi foto), o la spassosissima vendita della fontana in "Totòtruffa 62"?

E' quasi naturale allora che questa fontana sia teatro di molti aneddoti...per cui ne torneremo a parlare anche in altri post. Intanto diciamo dell'antica famosissima tradizione di buttare una monetina nella vasca, spalle alla fontana, per garantirsi il ritorno a Roma. Ma da dove viene questa tradizione di buttare la moneta? Beh, la fontana stessa in realtà mostra l'acqua di un'antica fonte, quella dell'acqua vergine, e anticamente le sorgenti d'acqua, spesso, come i pozzi, erano sacri, e si usava gettarvi dentro, come sacrificio alla divinità e con fini propiziatori, qualcosa di valore (ehi! questo non vi ricorda qualcosa?...ma certo! Il Lacus Curtius!!).

La vergine indica la fonte ai soldati di Agrippa
La vergine indica la fonte ai soldati di Agrippa
Secondo la leggenda la fonte, a Salone, a circa 20 km. dalla città, dissetò gli esausti soldati di Agrippa di ritorno a Roma (19 d.C). Il luogo preciso in cui si trovava questa fonte era stato indicato ai soldati da una fanciulla (latino: virgo), da cui "aqua virgo" ("acqua vergine", ma anche...acqua pura). Attraverso un acquedotto in buona parte sottorraneo (e ancora oggi funzionante!) Agrippa fece arrivare l'acqua fin qui. Un "segno" della leggenda di tale fanciulla lo troviamo ancora oggi: cercatene il bassorilievo nella fontana (vedi foto).
Forse sulla scia della leggenda dei soldati di Agrippa che si cominciò a sostenere che chi avesse bevuto quest'acqua avrebbe sempre fatto ritorno a Roma. E così, fino a qualche decennio fa, si dice che sulla fontanella sul lato destro, all'inizio di via della stamperia, aveva luogo un piccolo rituale segreto: le ragazze facevano bere l'"acqua vergine" della fontanella ai propri fidanzati prima della loro partenza, il tutto suggellato da un brindisi con dei bicchieri che poi venivano rotti. In questo modo il brindisi era simbolicamente non ripetibile, e anche la fedeltà era assicurata. Non a caso la fontanella è ancora oggi soprannominata "fontanina degli innamorati" (vedi foto).

La fontanina degli innamorati
La fontanina degli innamorati
Bisogna ricordare che i gruppi marmorei della fontana di Trevi hanno dei significati allegorici relativi al mare, proprio l'eterno mezzo che separa e unisce chi viaggia: la figura centrale del gruppo rappresenta il dio Oceano, i due cavalli ai lati, uno agitato e uno placido, i due aspetti possibili in cui il mare si presenta.
Il mare stesso è rappresentato dalla grande vasca...ma questo forse lo sapevamo già! Infatti con il nostro lancio della moneta nella vasca non abbiamo avuto quella strana sensazione di..."buttare a mare" i nostri soldi??

La fontana di Trevi è qui.

7 novembre 2009

La "Testa monocroma" di Villa Farnesina

La Villa Farnesina a via della Lungara
La Villa Farnesina a via della Lungara
Dopo tanto girare per le vie e le chiese di Roma, stavolta ci spostiamo dentro un meraviglioso palazzo. A via della Lungara 230, nella zona di Trastevere, per pochi euro possiamo entrare nella "Villa Farnesina" (vedi foto), oggi sede dell'Accademia Nazionale dei Lincei.

Sarei fortemente tentato di spiegarvi le meraviglie artistiche che sono affrescate nelle gallerie di questo palazzo (vedi foto sotto a sinistra), ma il mio sarebbe solo un goffo tentativo, e alla rozzezza delle mie spiegazioni sarebbe probabilmente affiancato un trasporto emotivo eccessivo e poco interessante per il lettore. Però, fra queste meravigliose volte sono dipinte anche interessanti leggende romane. Eccone una.
La loggia di Psiche a Villa Farnesina (Raffaello)
La loggia di Psiche a Villa Farnesina (Raffaello)
Sono i primi anni del 1500 e Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti sono considerati i due più illustri pittori in circolazione a Roma.
In quegli anni al giovanissimo genio pittorico di Raffaello viene affidata la decorazione delle stanze della villa Farnesina, allora residenza del grande finanziere Agostino Chigi.
E' noto che Raffaello, durante il corso d'opera dei suoi affreschi nella villa, fosse estremamente geloso del suo lavoro, tanto da non consentire a nessuno, esclusi i suoi collaboratori, di accedere alla visione degli affreschi incompiuti. Meno che mai al suo famoso rivale Michelangelo!

Bisogna dire che sebbene i due grandi artisti fossero rivali nel lavoro, e manifestassero pubblicamente le loro posizioni diverse nello stile e nelle tecniche, essi riservavano probabilmente nel loro intimo un grande rispetto e un forte interesse reciproco.
La leggenda narra infatti che Michelangelo era estremamente curioso di esaminare come procedevano gli affreschi di Raffaello. Egli però era anche conscio che non avrebbe mai ottenuto l'accesso alle stanze...almeno non in modo lecito! Si dice che riuscì ad eludere la sorveglianza dei custodi attraverso un'astuzia: si travestì da venditore e distrasse i guardiani con della mercanzia, e quindi si intrufolò nel palazzo durante una pausa dei lavori.
La 'Testa monocroma' nella stanza della Galatea
La 'Testa monocroma' nella stanza della Galatea
Quando egli si trovò di fronte alle pareti semi-affrescate, potè finalmente ammirare, anche se per pochi istanti, il lavoro del rivale. Forse per occupare il tempo aspettando il suo scolaro Daniele da Volterra, o forse per "rimproverare" Raffaello, di fronte ad una lunetta ancora vuota non riuscì a resistere alla tentazione: prese un pezzo di carbone e disegnò così, senza alcun colore e "al volo", una bellissima e gigantesca testa, prima di sgattagliolare via.

Potete immaginare la sorpresa che ebbe Raffaello quando, ritornando al lavoro, trovò quella testa nella lunetta! Era uno studio di volto incredibilmente bello, capì che solo la mano di Michelangelo poteva aver prodotto un disegno di tale maestria e, sebbene arrabbiato per quella intrusione, non ebbe la forza di cancellarlo, anzi, ordinò che nessuno lo toccasse.
Leggenda o realtà? La storia dell'arte "ufficiale" ci dice che è opera di Baldassarre Peruzzi, ma la famosa "testa monocroma" sta ancora là (vedi foto), in una lunetta della "stanza della Galatea", isolata, misteriosamente e incredibilmente fuori contesto e con uno stile profondamente diverso da tutto ciò che le sta intorno, uno stile che diremmo...inimitabile.

La Villa Farnesina è qui.

1 novembre 2009

La Ruota degli Esposti

Si racconta che negli ultimi anni del 1100 papa Innocenzo III assistette alla "pesca" nel Tevere dei corpi di 3 neonati annegati. Il papa, inorridito da tale evento, stabilì che un apposito reparto dell'Ospedale di S.Spirito fosse dedicato ai bambini abbandonati. Il racconto del rinvenimento dei cadaveri dei neonati forse è immaginario, ma purtroppo abbastanza plausibile. Era infatti una pratica assai diffusa, fra le prostitute che andavano incontro ad una gravidanza indesiderata, quella di disfarsi dei figli appena nati gettandoli nel Tevere.

La prostituzione a Roma era legale e (probabilmente dall'alba dei tempi) un mestiere redditizio, non poi così scandaloso ed infinitamente più diffuso di oggi. Certamente però non era legale l'assassinio dei figli indesiderati, anzi, era piuttosto punito con la morte!

Ma come "disfarsi" dei propri figli senza ucciderli e rimanendo nell'anonimato?
La Ruota degli Esposti presso l'antico ospedale di S.Spirito in Saxia
La Ruota degli Esposti presso l'antico ospedale di S.Spirito in Saxia
La risposta la troviamo in uno dei tanti piccoli angoli segreti di Roma, a Borgo S.Spirito n.4, a due passi da Piazza S.Pietro, presso il complesso dell'antico ospedale di S.Spirito prima citato. Qui troviamo la famosa "ruota degli esposti" (vedi foto). E' una sorta di barile ruotante, cavo, in cui dall'esterno veniva deposto, in forma anonima, l'"esposto", cioè il neonato di genitori ignoti (da cui il cognome "Esposito" e similari). Al suono di una campanella veniva poi fatta girare la ruota, prelevando così, dall'interno, come in una sorta di portavivande, il neonato, per affidarlo alle cure dei frati.

Particolare della ruota dell'ospedale di S.Spirito in Saxia
Particolare della ruota dell'ospedale di S.Spirito in Saxia
Spesso insieme al neonato veniva deposta una moneta spezzata, o comunque qualcosa che potesse consentire in futuro un eventuale ricongiungimento, e doveva anche essere comunicato se il bambino fosse già stato battezzato o meno.

Sembra che in Italia ce ne fossero molte di queste ruote (alcune centinaia), sicuramente in uso fino alla fine del 1800, e anche in Europa. Questa ruota a Roma è probabilmente la più antica d'Italia, fatta proprio al tempo di Innocenzo III. In Italia il loro uso è stato abolito per legge nel 1923.


Se cerchiamo bene, alcune di queste ruote le troviamo ancora in giro per l'Italia (ovviamente non più funzionanti!): una a Firenze (Spedale degli Innocenti), una a Napoli (Basilica dell'Annunziata Maggiore), e poi a Venezia (vedi foto a destra), a Pisa... Il numero degli "esposti" era grande, si parla per ogni "ruota" del mantenimento di parecchie centinaia di bambini (infatti molti morivano di fame), e in alcuni periodi storici addirittura di alcune migliaia!
Una ruota degli esposti a Venezia (Calle della pietà)
Una ruota degli esposti a Venezia (Calle della pietà)

I piccoli nati abbondanati su questa ruota, qui a Roma, venivano marchiati con una doppia croce sul piede sinistro, divenendo così di fatto "figli della Famiglia" dell'Ospedale di S.Spirito.

Nei registri si scriveva "filius matris ignotae", cioè "figlio di madre ignota" o, abbreviando "filius m.ignotae", da cui...."figlio di mignotta"! E sì, ora potrete finalmente ingiuriare qualcuno sapendo che tale frase ha queste "nobili" origini latine!

La Ruota degli Esposti di Roma è qui.

26 ottobre 2009

La leggenda di Santa Maria in Aracoeli

La scalinata e la facciata delle Basilica di Santa Maria in Aracoeli
La scalinata delle Basilica di Santa Maria in Aracoeli
Oggi ci troviamo alla basilica di Santa Maria in Aracoeli (vedi foto), a fianco di Piazza del Campidoglio e sopra piazza Venezia, come al solito a caccia di curiosità e di leggende.
Innanzitutto, è noto che molte delle prime chiese cristiane siano nate sopra edifici preesistenti dedicati ad altri culti. Anche la nostra basilica probabilmente nasce sul luogo dove era il tempio di Giunone Moneta (cioè "Giunone Ammonitrice"). La prima curiosità è che su questa altura era anche localizzata la zecca dell'antica Roma, per cui la nostra parola italiana "moneta" deriva proprio da questo tempio di Giunone!
Ma altre parole sono legate a questo luogo: proprio qui veniva anche interpretato il volere degli Dei attraverso il volo e il canto degli uccelli, e i sacerdoti che effettuavano queste osservazioni erano chiamati "auguri"...da cui la nostra parola "augurio".

L'interno della Basilica di Santa Maria in Aracoeli
L'interno della Basilica di Santa Maria in Aracoeli
Ma torniamo nella nostra basilica (vedi foto): il dibattito su quale sia la chiesa più antica di Roma è aperto...forse S.Giovanni in Laterano? Beh...secondo la leggenda, l'altare originale della basilica di Santa Maria in Aracoeli è l'unico altare cristiano al mondo ad essere stato fondato addirittura prima della nascita di Cristo! Com'è possibile??
La Sibilla indica la Vergine all'Imperatore Ottaviano Augusto (Antoine Caron, 1580, Louvre, Parigi)
La Sibilla indica la Vergine all'Imperatore Ottaviano Augusto
La leggenda comincia narrando di come la Sibilla Tiburtina, consultata dall'imperatore Ottaviano Augusto, annunci che "dal cielo verrà un re di sembianze umane che regnerà per secoli e giudicherà il mondo". Successivamente l'imperatore, che si trovava nella sua camera, è testimone di un'apparizione: una vergine su un altare tiene in braccio un bambino e una voce annuncia che quello è l'altare del "Signore del Cielo". Ottaviano Augusto cade in ginocchio in adorazione (vedi dipinto di Antoine Caron, 1580, Louvre, Parigi).

Chiaramente le comunità cristiane, nel Medioevo, vollero interpretare "a posteriori" questa visione come un annuncio dell'avvento del Messia.
Secondo la leggenda Augusto rimase molto impressionato dalla visione, per cui fece dedicare, proprio nei pressi della sua camera, un altare a quel "Signore del Cielo" prossimo venturo. Per cui la parola "Ara Coeli", cioè "Altare del Cielo", deriverebbe da quest'altare presso la camera dell'imperatore, altare posto come primo nucleo della chiesa, edificata qualche secolo dopo.

La scritta sulla colonna della Basilica
La scritta sulla colonna della Basilica
Un altare cristiano e pre-cristiano, presso l'appartamento di Augusto...ma chi ci crede?? Beh....un piccolo "segno" di questa leggenda lo possiamo trovare ancora oggi: entriamo nella Basilica, ed esaminiamo la terza colonna della fila di sinistra. Su questa colonna, in alto, leggiamo un'antica incisione: "A cubiculo Augustorum" (vedi foto)... E sì, sono tutti d'accordo nel ritenere che questa colonna, che oggi sorregge la navata, esisteva da prima della chiesa, e originariamente sorreggeva l'appartamento dell'Imperatore!


La Basilica di Santa Maria in Ara Coeli è qui.

20 ottobre 2009

Il "Lacus Curtius" del Foro Romano

Il Foro Romano
Il Foro Romano
Bisogna sapere che la storia delle origini di Roma era in realtà un mistero avvolto nelle nebbie del tempo anche per coloro, come l'imperatore Augusto, che vivendo intorno all'anno zero sono già per noi considerati "antichi". Scorrendo gli scritti di Tito Livio, storico di quell'epoca, abbiamo quindi la strana sensazione di "indagare nelle indagini di un indagatore". Infatti questa leggenda è antichissima, in quanto era già tale al tempo del nostro storico latino.

La leggenda ha come scenario il Foro Romano (vedi foto sopra), un altro luogo memorabile e suggestivo di Roma, ma in tempi antecedenti alla stessa edificazione di ciò che adesso vediamo come antiche rovine.
Il ratto delle Sabine (Poussin, 1636, Louvre, Parigi)
Il ratto delle Sabine (Poussin, 1636, Louvre, Parigi)
La fondazione di Roma è infatti avvenuta da poco, stiamo nel 753 a.C., e il Foro Romano non è altro che una fumosa palude. Durante una delle battaglie fra romani e sabini, causate secondo la tradizione dal famoso "ratto" delle donne sabine (vedi dipinto), Mezio Curzio, un leggendario comandante dei sabini, rimane invischiato con il suo cavallo e precipita in un fosso melmoso. Il luogo dove cadde Mezio Curzio venne chiamato dagli antichi "Lacus Curtius" (il "lago di Curzio"). Tale fosso, successivamente alla bonifica dell'area, verrà riempito di terra e considerato sacro.

Siamo nel 393 a.C., e l'antico fosso dove cadde Mezio Curzio si riapre improvvisamente come una grossa voragine, probabilmente a causa di un fulmine. Tale evento fu interpretato come un segnale infausto degli dei, per cui furono consultati gli oracoli. Il responso fu chiaro: l'ira si sarebbe placata, e la voragine si sarebbe richiusa, solo gettando nella voragine ciò che Roma avesse di più prezioso.
Varie offerte furono gettate nel fosso, ma inutilmente.
I resti del 'Lacus Curtius' nel Foro Romano
I resti del 'Lacus Curtius' nel Foro Romano
Marco Curzio, il più valoroso fra i soldati romani, aveva capito, lui solo, che era l'esercito ciò che Roma aveva di più prezioso. Per questo egli si armò di tutto punto, salì sul suo cavallo e si gettò con esso nella voragine. L'ira degli dei si placò, ed il fosso si richiuse grazie al sacrificio del soldato.
E così, nell'estremo sacrificio dell'eroe romano, possiamo intravedere una sorta di compensazione della caduta che il suo predecessore sabino, della stessa gens, aveva fatto secoli addietro.

Il rilievo in marmo raffigurante Curzio
Il rilievo in marmo raffigurante Curzio
Nella leggenda troviamo sicuramente la memoria arcaica dei sacrifici umani che venivano eseguiti in questi luoghi, in una sorta di pozzi sacri.
 Ma la cosa più interessante di questa antica leggenda è che il "Lacus Curtius" è stato trovato! Uscì fuori nel corso di scavi in una delle parti più antiche del Foro Romano (vedi foto sopra a sinistra), con tanto di antico rilievo marmoreo (vedi foto qui a destra), rilievo che ora, come me, siete in grado di comprendere appieno nel significato.

Il Lacus Curtius è qui.

15 ottobre 2009

La torre della Scimmia

English version of this post
Oggi con "Roma Leggendaria" ci troviamo tra via dei Portoghesi e via dei Pianellari, a due passi da piazza Navona, come al solito sulle tracce di qualche storia antica e affascinante. In particolare, soffermiamo la nostra attenzione sulla torre che sorge in fondo alla via dei Portoghesi, la torre dei Frangipane (vedi foto) che, sebbene ora sia circondata da palazzi, sappiamo essere qui già da più di mille anni (!).
Questa torre è meglio conosciuta con il nome di "Torre della Scimmia". Ecco perchè.

La torre a via dei Portoghesi
La torre a via dei Portoghesi
La leggenda racconta che qualche secolo fa abitava qui una famiglia che, forse per seguire una moda frivola ed esotica dell'epoca, aveva scelto come animale domestico una simpatica scimmietta, di nome Hilda. Hilda era addomesticata, girava libera per casa, seguiva i componenti della famiglia e accorreva dal padrone al richiamo del suo fischio.

La famiglia aveva da pochi mesi un nuovo nato, che ovviamente raccoglieva le attenzioni di tutti, Hilda compresa, sebbene la scimmietta fosse tenuta a debita distanza. Ma come molti sapranno, le scimmie spesso hanno il vizio di imitare ciò che fanno i padroni, e da sempre anche Hilda desiderava imitare i gesti della madre del neonato nel cambiare le fasce al bambino, cosa ovviamente che non gli era mai stata consentita.

Un giorno accadde che in un momento di distrazione il neonato fosse lasciato provvisoriamente incustodito insieme alla suddetta scimmietta. Hilda, approfittando dell'occasione, imbracciò il bambino per divertirsi a fasciarlo; ma, evidentemente conscia che poteva venir disturbata dall'arrivo di qualcuno, pensò bene di uscire dalla finestra ed arrampicarsi su uno dei merli in cima alla torre, portando sempre con sè il neonato!

La statua della Madonna e il lume acceso sulla torre
La statua della Madonna e il lume acceso sulla torre
Non appena fu dato l'allarme, è facile immaginare la disperazione dei familiari alla vista del loro bambino in bilico sul ciglio della torre nelle mani della scimmia! In quel momento di ansia terribile, i genitori pregarono la Madonna giurando che, se avessero riavuto salvo il loro bambino, avrebbero per riconoscenza fatto erigere in quel punto della torre una Sua statua con a fianco un lume sempre acceso.

Come finì questa storia?
Beh, la leggenda narra che, con il solito fischio di richiamo, la scimmia posò il bambino sul torrione e corse dal padrone...e il bambino fu tratto in salvo. Ma questo epilogo lo potevate capire anche da soli, perchè la promessa è stato mantenuta, e infatti sopra la "Torre della Scimmia" di via dei Portoghesi c'è ancora oggi la statua della Madonna con a fianco un lume sempre acceso (vedi foto).

La torre della Scimmia è qui.

9 ottobre 2009

Via Mario De' Fiori

English version of this post
Via Mario de' Fiori
Via Mario de' Fiori
Chi ama passeggiare per la zona di piazza di Spagna è probabile che conosca o sia passato spesso a "Via Mario de' Fiori", una delle prime traverse che si dipartono da via Condotti (vedi foto).
Nessuno presta particolare attenzione al nome di questa stradina, immaginando che evidentemente sia dedicata a qualche famoso signore della famiglia "De Fiori". Ma i toponimi delle strade di Roma, sopratutto nel centro storico, rivelano spesso qualche curiosità.

Bisogna dire infatti che nella seconda metà del 1600 in questa via abitava un certo Mario Nuzzi, un discreto pittore di origini abruzzesi, che però si era specializzato nel ritrarre un solo soggetto... Avete già capito di cosa stiamo parlando: i fiori!
Per cui i romani, da sempre di spirito sagace, non avendo evidentemente alcuna voglia di ricordarsi il cognome del pittore, preferirono affibbiargli un appellativo; il risultato quindi è che il pittore era per tutti conosciuto come il Mario "dei fiori".
Un quadro di Mario De' Fiori (Firenze, palazzo Pitti)
Un quadro di Mario De' Fiori (Firenze, palazzo Pitti)
Occorre dire che, sebbene i suoi quadri fossero di notevole arte (vedi foto), i colori che usava erano evidentemente di scarsa qualità, in quanto con il tempo molti di essi si ingrigivano o comunque la pittura in molti casi si rovinava completamente. Fin troppo facile allora comprendere la battuta che circolava a Roma: "li fiori dipinti da Mario se sò ammosciati come quelli veri"!

Per questo motivo che oggi i quadri che si "salvano" del nostro caro Mario non sono molti, e questo ha contribuito ad accrescerne il valore presso i collezionisti.

Via Mario de' Fiori è qui.

5 ottobre 2009

L'obelisco di Piazza San Pietro

English version of this post
Intorno all’obelisco al centro di Piazza S.Pietro esiste un famoso aneddoto. Gli avvenimenti storici che ne fanno da contesto sono già di per sè straordinari, ma certamente non mancherà di affascinare il lettore l'aspetto leggendario che i cronisti hanno voluto tramandarci.

Piazza San Pietro vista dalla cupola
Piazza San Pietro vista dalla cupola
Il grandioso obelisco (vedi figura) che tutti oramai conoscono ornare il centro della famosa piazza ellittica proviene dall'antico Egitto ed ha più di 3200 anni. Fu fatto trasportare a Roma nel 37 d.C da una nave che, come ci racconta Plinio, fu fatta costruire appositamente, per poi posizionarlo nel circo di Caligola.

Passarono circa 1500 anni e chiaramente lo scenario intorno all'obelisco mutò radicalmente, ma esso, considerata pure la sua enorme mole (25 metri di altezza per 350 tonnellate di peso!) rimase dove Caligola lo fece originariamente porre, anche se oramai semisepolto dall'incuria e dal corso dei secoli.

Sin dal tempo del Papa Nicolò V (1450 circa) si voleva portare l’obelisco al centro della piazza, a circa 250 metri da dove era rimasto, ma le enormi difficoltà tecniche impedivano tale realizzazione. Solo dopo circa 150 anni, però, l’energico Papa Sisto V riuscì a portare a termine l’impresa. Tra i vari progetti presentati per lo spostamento del colosso, quello dell’architetto Domenico Fontana incontrò l’approvazione del Papa.

Disegni tecnici di Domenico Fontana sull'erezione dell'obelisco
Disegni tecnici di Domenico Fontana sull'erezione dell'obelisco
Il Fontana realizzò con la massima precisione il suo progetto: eresse una vasta e robusta impalcatura intorno al monolite, lungo una sorta di strada pensile, ed infine un "castello" attorno a quella che sarebbe stata la finale collocazione (vedi figura). Il tutto con un ardito sistema di argani e carrucole. L'operazione si rivelò delicata e molto complessa, e andò avanti da aprile a settembre 1586, con l'impiego simultaneo di 44 argani, 900 operai e 140 cavalli. Per dirigere i lavori di questa enorme quantità di lavoratori, il famoso architetto si era fatto erigere un'impalcatura e da essa dava gli ordini ai suoi collaboratori, ordini che venivano trasmessi a suon di trombe e di tamburi e con segnalazioni di bandiere.

Nella previsione delle difficoltà e dei pericoli dell’impresa, l’architetto aveva ottenuto che nel corso dei lavori piazza S.Pietro fosse completamente sbarrata, e che alla folla di curiosi fosse vietato di emettere qualsivoglia rumore e di pronunciare anche una sola parola. La pena di morte attendeva i contravventori. Racconta un cronista dell'epoca che per rendere più efficace lo strano editto fu innalzata nella piazza una forca, presidiata dal carnefice e dai suoi aiutanti.

Qui il racconto, finora storico, si mescola con la leggenda.
Si dice che il 10 settembre 1586 arrivò il momento finale, il più difficile, cioè il momento di issare l'obelisco sopra il basamento. Con un’azione divisa in 52 riprese si era riusciti a porlo verticalmente e a sollevarlo sulla base, quando ad un tratto gli operai si accorsero che, a causa dell’attrito, le corde minacciavano di rompersi. L’obelisco arrestò la sua ascesa. L’architetto, sgomento, non sapeva che fare. Fu allora che si levò l'urlo di un uomo tra folla, incurante dell'editto del papa: «Acqua alle corde!!!».
Era l'urlo di un capitano di nave, di nome Bresca che, data la sua lunga pratica con l’uso delle corde, sapeva che esse sotto l’azione dell’acqua si restringono resistendo meglio al cedimento. Grazie al suo consiglio l’obelisco potè essere raddrizzato completamente e l'opera fu compiuta.

Bresca, invece di essere ucciso, fu chiamato davanti a Sisto V ed invitato a chiedere una grazia. L'uomo, originario di Sanremo, domandò di avere il privilegio, per sè, per la sua famiglia e per i suoi discendenti, di fornire al Vaticano le palme per la cerimonia della domenica delle Palme. Il monopolio fu accordato.
I parmureli sanremesi durante la processione della Domenica delle Palme
I parmureli sanremesi durante la processione della Domenica delle Palme
Sarà anche una leggenda quella del capitano sanremese, ma è un fatto ormai assodato che il Vaticano tiene tuttora fede all'antico patto, per cui, ancora oggi, i discendenti del capitan Bresca sono i fornitori ufficiali delle tradizionali palme intrecciate (i cosiddetti “Parmureli”, vedi figura) per il Vaticano, ed è grazie al coraggio del loro progenitore che oggi tali discendenti godono di un discreto benessere!

A Sanremo, al capitano Bresca è stata dedicata una piazza nel centro del quartiere marinaro della città.

A Roma l'obelisco di piazza san Pietro è qui.

30 settembre 2009

La pietra del diavolo

English version of this post
Questa volta la nostra piccola indagine ci porta nella basilica di Santa Sabina. Ci troviamo a piazza Pietro d'Illiria, al centro del colle Aventino. Questa zona è bellissima, e predomina Roma da un punto ricco di leggende e curiosità, e non mancherà occasione di ritornarci per esaminare qualcos'altro.
La basilica di Santa Sabina all'Aventino
La basilica di Santa Sabina all'Aventino
Nella basilica di Santa Sabina non è difficile la domenica trovarvi giovani coppie che si sposano, essendo una delle più antiche e scenografiche chiese di Roma (vedi foto). Ma forse qualche dotto superstizioso potrebbe cambiare idea prima di compiere il “gran passo” proprio in questo luogo, se sapesse che il diavolo in persona è un assiduo frequentatore della zona.

Siamo nel 1220. In quest'epoca la vita di san Domenico e dei suoi frati, secondo le numerose leggende medievali (di cui è rimasta ampia documentazione), è più volte messa a dura prova da "incontri ravvicinati" con il diavolo. A noi interessa una leggenda che, però, a differenza delle altre, ha lasciato ancora oggi un segno tangibile.

La pietra del diavolo
La pietra del diavolo
Quella notte San Domenico, in estasi, pregava prostrato per terra all'ingresso della chiesa; il diavolo, incapace di indurlo al peccato, alquanto seccato, afferrò con i suoi artigli incandescenti un pesante blocco di basalto nero dal tetto della chiesa e glielo scagliò contro con una violenza inaudita; il tutto inutilmente, il blocco cadde sfiorando il santo, il quale non si fece neppure un graffio, nè si distolse dalla sua preghiera.
Si dice che alcuni riescano ancora a percepire Satana che, di tanto in tanto, torna a Santa Sabina, si ferma sulla porta e poi, sconsolato, se ne va.

Entrando in santa Sabina, subito dietro l’osservatore, nell’angolo sinistro della basilica (chi la noterebbe mai?) c’è una piccola colonnina tortile. Avvicinandosi alla colonnina, si vede, sopra di essa, una pietra nera tondeggiante, con grosse incisioni, dei buchi, come di un enorme artiglio...ecco a voi la "lapis diaboli" (vedi foto).
A guardarla bene...no, decisamente non è una palla da bowling...

La basilica di Santa Sabina è qui.

24 settembre 2009

La fontana delle tartarughe

English version of this post
La piccola piazza Mattei, collocata fra la trafficata piazza Venezia e il silenzioso ghetto, non sembra una meta privilegiata dei turisti così come dei romani, quanto piuttosto un punto tranquillo di veloce passaggio. Eppure la meravigliosa fontana rinascimentale di Giacomo Della Porta, detta “fontana delle tartarughe” (vedi figura),
La fontana delle tartarughe
La fontana delle tartarughe
forse eseguita su disegno di Raffaello, meriterebbe una sosta, non solo perché, come dicono in molti, la bellezza dell’elemento scultoreo prevale su quello architettonico, ma perché su quelle tartarughe è scolpita anche una leggenda.

Circa 400 anni fa viveva a Roma un duca della famiglia Mattei, il cui palazzo, che dà il nome e si affaccia sulla omonima piazza, è tuttora visibile. Il duca Mattei era un giocatore d’azzardo accanito, e riuscì a giocarsi in una notte tutto il suo patrimonio, compreso il palazzo in cui abitava.
La notizia della clamorosa perdita presto giunse alle orecchie del futuro suocero del duca che intimò a quest’ultimo di cercarsi un’altra fidanzata. Il duca, indignato per tale insulto, decise di mostrare al padre della promessa sposa che un Mattei, nonostante le perdite subite e tutte le dicerie del popolo, sarebbe sempre rimasto un nobile onorato ed un uomo di potere. Per dimostrarlo affermò che se in una notte poteva aver perso il suo palazzo ed il suo denaro, avrebbe in una sola notte anche fatto creare qualcosa di straordinario. E infatti, dalla sera alla mattina, fece sorgere davanti la finestra di casa, dove ora si può ammirare, la bellissima fontana delle tartarughe. Il duca si affrettò ad invitare nel suo palazzo la fidanzata con il padre. Li ricevette in una sala da cui, aprendo all’improvviso la finestra, mostrò loro la preziosa fontana dicendo: “Vedete cosa è capace di fare in poche ore uno squattrinato come me”. Padre e figlia rimasero sbalorditi a quella vista; il padre dovette scusarsi con il duca e riconcedergli la figlia in sposa. Il duca inoltre ordinò che la vista che corre da quella finestra, al fine di tramandare il ricordo di quell'avvenimento, venisse impedita per sempre.
La finestra murata
La finestra murata
E infatti noi, ancora oggi, possiamo ammirare dalla fontana, guardando nel punto centrale della facciata del palazzo, così ben collocata, una  finestra...disegnata (vedi figura),
della cui chiusura tutti gli architetti del mondo non saprebbero altrimenti darne la motivazione.

Ma come fece il duca a realizzare la fontana in una sola notte? Noi sappiamo che la fontana è stata realizzata nel 1585, mentre la vicenda, come il palazzo Mattei, è di circa 50 anni successiva. Ci sorge allora il sospetto che il duca, in quella sola notte, fece semplicemente spostare la fontana, che fino a quel momento era stata collocata lì vicino ma in un punto più nascosto!

Sulla mappa, piazza Mattei è qui